Leonardo Bellisario - miodottore.it

Può sembrar strano, ma dal lavoro si può dipendere anche per scelta. Una scelta non necessariamente motivata da esigenze economiche e scadenze mensili.

Le cosiddette “nuove dipendenze”, o dipendenze da comportamento, si distinguono da quelle classiche proprio perchè l’oggetto non è rappresentato da una sostanza, ma da un’attività che è parte integrante della vita quotidiana e che ad un certo punto organizza intorno a sè tutto l’interesse (e tutto il tempo disponibile) di una persona. Ma sono dipendenze a tutti gli effetti, con conseguenze fisiche e psicologiche, biochimiche e comportamentali.

La dipendenza dal lavoro fa parte di questa categoria di dipendenze; il termine inglese work addiction sta ad indicare un vero e proprio disturbo che trasforma un’attività socialmente accettata e incentivata, in un’esperienza che ha la compulsiva necessità di essere ripetuta per provocare piacere o per sfuggire all’astinenza. Quindi la persona dipendente dal lavoro non è semplicemente un padre che “fatica” per il sostentamento economico della propria famiglia, ma è una persona che, pur benestante, dedica al lavoro tutto il proprio tempo e le proprie energie, trascurando tutto il resto: affetti, interessi, impegni sociali ecc..

Nel 1971 Oates, nel suo libro “Confessions of a Workaholic”  definì il comportamento di una persona dipendente dal lavoro, paragonandone la compulsività a quella di un alcolista (da qui il termine work – aholist). Da allora sono stati molti gli studiosi impegnati nel tentare di dare una definizione del workaholic, e sulla base del lavoro clinico fatto su alcuni casi, ne hanno individuato caratteristiche comuni.

Da queste analisi emergono fattori che hanno a che fare con il bisogno di essere riconosciuti e stimati. In molti casi, l’immergersi nel lavoro permette di evitare di sperimentare emozioni (da qui la componente ossessivo compulsiva del disturbo) e di mascherare la propria incapacità di adattarsi ad un mondo fatto anche di altre cose. Tanto impegno è motivato proprio dall’insicurezza;  Il workaholic arriva al punto da far dipendere la propria autostima ed il rispetto degli altri dai successi professionali che raggiunge. Ma è un’illusione: sebbene gli altri riconoscano il valore del “gran lavoratore” (il workaholism è tra le pochissime dipendenze apprezzate ed, anzi, invidiate) le aspettative rimangono comunque cosi alte da non incontrare mai soddisfazione dal riconoscimento degli altri.  

Il workaholic, però, non è un tipo asociale, tutt’altro; spesso chi dipende in maniera estrema dal proprio lavoro coltiva relazioni sociali estese. La differenza sta nel fatto che si tratta di relazioni professionali, finalizzate solo ed esclusivamente ad alimentare il circolo vizioso del lavoro.

Sintomatologia

Nella vita lavorativa di ognuno può capitare un periodo di super lavoro, motivato, magari dall’approssimarsi di scadenze o appuntamenti; la dipendenza dal lavoro, invece, si manifesta attraverso caratteristiche specifiche che l’avvicinano ad una vera e propria “malattia”. Alcuni autori individuano nella cronicità del disturbo l’indicatore più chiaro del suo insorgere; lavorare di nascosto, sacrificando il proprio tempo libero e le ore del riposo, ricercare scuse per tornare al lavoro o per crearne di nuovo, trascurare del tutto impegni sociali non professionali, redigere continuamente liste relative a quello che si deve fare, dipendendone totalmente ed in forma sempre più invasiva. Con il progredire della dipendenza, intervengono cambiamenti anche nella personalità: sono frequenti i casi in cui il workaholic manifesta atteggiamenti aggressivi nei confronti degli altri, accusandoli di non condividere la sua stessa “passione” per il lavoro o responsabilizzandoli per i suoi insuccessi. Sul versante comunicativo i problemi maggiori: il focus rimane sempre centrato sul lavoro, mentre viene progressivamente indebolita la capacità di riconoscere i propri stati emotivi interni e le proprie necessità fisiche, di condividere empaticamente emozioni non direttamente connesse all’impegno lavorativo. Il workaholic quasi smette di comportarsi come una persona, per diventare un automa programmato per raggiungere solo obiettivi di lavoro.

Trattare il Workaholism

Il trattamento del workaholism presenta aspetti difficilmente riscontrabili in altre dipendenze. Prima di tutto raggiungere una totale astinenza è difficile se non impossibile, a causa della natura stessa della dipendenza: per quanto problematico possa essere, non si può smettere di lavorare. Inoltre, quasi sempre il dipendente patologico dal lavoro non si rende conto di avere un problema e l’accesso alla riabilitazione viene richiesta dai familiari, i quali devono per primi combattere contro un problema che incontra, come più volte sottolineato, un positivo riscontro sociale.

Il workaholic è una persona che non manifesta un disturbo facilmente inquadrabile solo nella sua storia di vita; la dipendenza patologica dal lavoro risulta sempre inserita in un sistema di valori e convinzioni che la sostengono e la incentivano. E’ dunque necessario operare sia a livello individuale sia a livello di sistema, ristabilendo un equilibrio funzionale tra aspetti di vita tutti ugualmente importanti.

L’approccio cognitivo al trattamento si dimostra indispensabile per smantellare il sistema di credenze su se stesso che il workaholic si porta dietro e che rappresenta molto spesso l’innesco alla dipendenza. La Rational Emotive Behavioral Therapy (REBT) è un approccio psicoterapeutico cognitivo comportamentale utile ad affrontare e modificare le credenze scorrette che si hanno su se stessi (ad esempio: si DEVONO realizzare le aspettative degli altri). Anche in questo caso, la scoperta di se stessi e del proprio valore deve partire dal proprio interno, non può essere derivato dal giudizio degli altri.

Nell’aprile del 1983, a New York, due professionisti che avevano già fatto esperienza di dipendenza dal lavoro diedero vita al primo gruppo di Workaholics Anonymous, con l’intento di affiancare al trattamento individuale di questa particolare forma di dipendenza anche un percorso terapeutico di gruppo. Di lì a poco, in tutti gli Stati Uniti nacquero gruppi simili, e nel 1990 questi si riunirono in un’unica organizzazione: il World Service Organization per i Workaholics Anonymous. Il lavoro dell’organizzazione prevedeva l’adattamento, per la dipendenza dal lavoro, della metodologia dei Dodici Passi già utilizzata con successo dagli Alcolisti Anonimi e non solo; essa prevede un vero e proprio percorso di “rinascita” che parte dall’ammissione della propria dipendenza e che, attraverso la condivisione della propria sofferenza (che implica, quindi, anche l’apertura all’altro e la conseguente uscita dall’isolamento sociale) giunge sino alla consapevolezza di se stesso e  del proprio posto nel mondo.

 

Approfondimenti 

FASSEL, D. (1990): Working ourselves to death: the high costs of work-aholism, the rewards of recovery, Harper and Collins, San Francisco

KILLINGER, B. (1991): Workaholics: the respectable addicts, Simon and Schuster, New York

OATES, W. (1971): Confessions of a Workaholic: the facts about work addiction, World Publishing, New York

ROBINSON, B.E. (1998): Chained to the desk, New York University Press, New York

 

Link utili

www.workaholics-anonymous.org

 

Leave a Reply

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *